
Originalmente inviato da
newageindia
Penso che con tutta questa moda di chiamare le cose all’inglese e non con il loro vero nome ,ci stiamo scordando dei veri valori e dei significati dei termini.Benessere organizzativo, efficacia organizzativa, empowerment…mi fanno pensare a un indagine su “variabili” e non su esseri umani, lo stesso colloquio clinico,così come viene svolto sia nel pubblico che nel privato,mi fa pensare a un dottore che stila una “diagnosi” di un paziente sottoponendolo a “misurazioni” di vario tipo (questionari,test) che misurano appunto dei “prodotti”,degli output di quell’essere umano non la sua interezza. Non è che noi psicologi stiamo facendo troppo uso di matematica-statistica e di tecniche studiate ad hoc e andiamo sempre più di fretta perdendoci di vista l’anima delle persone? Un mio amico psichiatra, che tiene i suoi pazienti almeno un’ora a colloquio, mi ha insegnato la differenza tra “curare” e prendersi cura” di una persona.
So che per aiutare delle persone in difficoltà bisogna necessariamente pensarle come dei pazienti ( etimologicamente dal latino “patior”: che patisce,che soffre) ma poi bisognerebbe sganciarsi da questa visione e riconcepirli “uomini” che magari proprio perchè inseriti in un dato contesto non sano manifestano sintomi di disagio e capire che forse il punto di partenza della psichiatria o della psicologia è paradossalmente sbagliato in quanto non cerca di cambiare questo contesto malato ma chi lo subisce.E anzi fa in modo che il paziente continui a vivere il suo disagio supportandolo nell’accettazione di quella realtà (famiglia e rete di rapporti
sociali,organizzazione,società,cultura) non sana che lo circonda.La mia non è una accusa alla Psicologia o alla Medicina come scienze che amo e stimo ma è una riflessione critica su come putroppo in effetti i professionisti si trovino costretti sempre più spesso in un empasse e a scoprire che un contesto non sano è irreversibile ma universalmente accettato dalla comunità, mentre invece un uomo che soffre o è poco “efficiente” sul lavoro, poco “efficace”,va cambiato.Ebbene quest’uomo così com’è non va bene, deve essere cambiato, deve essere forzata la sua natura affinché si assecondi alla logica del contesto in cui è inserito, che nei casi più sfortunati delle volte si regge proprio sulla malsanità dell’ingranaggio uomo malato-contesto malato.
Dal mio discorso escludo ovviamente i casi gravi di malattie mentali o disadattabilità sociale (dovuta a uso di droghe o alcol) in cui è necessario un lavoro psicoterapico o farmacologico o addirittura il ricovero in strutture dedicate ed escludo anche i pazienti che sponatenamente vanno dal loro medico perché si rendono conto di non riuscire più a affrontare la loro malattia o sofferenza da soli.
Aspetto commenti e contributi a questo mio libero e personale sfogo che, se non condiviso, sarebbe rimasta una sterile e fantasiosa valutazione del ruolo delle scienze mediche-psicologiche nella cura del paziente del 2012.
Scusate sarà il caldo!... ma avevo nel cuore questo impellente bisogno di confrontarmi con voi del Settore su questi delicati temi etici-morali.
Monica