Ho appena trovato in rete questo articolo e mi trovo pienamente d'accordo. La nostra situazione professionale è al limite e non riesco a capire come mai a tante matricole non vengono aperti gli occhi. A volte credo che le scuole, le specializzazioni, i master servono solo per far guadagnare i "vecchi" psicologi, perchè quelli della nostra generazione, con questa professione non si manterranno mai.
Un po' come il pesce grande che mangia i pesci piccoli.
Le percentuali sono di quelle che si spiegano da sole: il 68,35% degli psicologi iscritti all’albo piemontese ha meno di 46 anni. Quando ho iniziato a spulciare tra le età dei miei colleghi mi aspettavo di trovare un divario sostanziale tra le nuove e le vecchie leve della psicologia ma, lo confesso, non mi sarei mai atteso un dato così netto. Esso, a mio avviso, necessita di alcune considerazioni e spero che ciò dia il via ad un dibattito, necessario ed urgente, tra i professionisti della nostra professione.
La fetta più grande e consistente degli iscritti all’ordine è quella che viene chiamata, oramai troppo spesso, la generazione perduta; quella generazione che si ritrova a vivere grandi difficoltà nel trovare un lavoro, nel mantenerlo e nell’avviare qualsiasi tipo di attività, complici i tagli e la carenza di risorse. È quella generazione che è figlia di errori che in molti casi non ha potuto nemmeno vedere commettere. La nostra professione non fa, purtroppo, eccezione e in questo caso i “perduti” sono più di 4000 individui solo in Piemonte.
Quello che colpisce e turba è che essi sono la stragrande maggioranza del “Sistema Psi”. Questo dato, oltre a preoccupare per le sorti delle vite delle singole persone che soffrono e faticano, ci pone davanti ad interrogativi urgenti. Quello che ho potuto constatare, parlando con numerosissimi colleghi frequentando le serate del Coordinamento, è che nella maggior parte dei casi di quel settanta per cento solo pochissimi riescono a vivere e professano per davvero il mestiere dello psicologo. Molti fanno altro, dall’educatore ai mestieri più differenti. Ma se ciò è vero, quello verso cui si sta andando è un impoverimento collettivo per la figura dello psicologo che, scusate la forzata iperbole, rischia il collasso o l’estinzione. Perché quel dato è destinato a crescere a dismisura con l’arrivo delle imminenti ondate di nuovi laureati e la oramai sempre minore speranza di vedere comparire qualche bando o contratto nell’area del SSN non alleggerisce gli animi. Purtroppo questo divario e la esiguità di numero degli over45 e degli psicologi a tempo pieno è un danno per tutti perché riduce la voce ed il riconoscimento della professione stessa la quale, di fronte alle numerose sfide a cui è sottoposta, sembra non riuscire a reagire.
Perché solo poco più del trenta per cento degli iscritti ha più di quarantacinque anni?
La nascita della psicologia come la indentiamo oggi in Italia è sicuramente recente. Il primo corso di laurea è ufficialmente nato a Padova con l’approvazione dei decreti 183 del 21 luglio 1971 e 279 del 5 novembre 1971. Quasi quarantuno anni fa, dunque.
E prima di esso la figura dello psicologo non esisteva?
Solamente con la legge proposta dal senatore Adriano Ossicini nel 1989 fu istituito l’ordine degli Psicologi. Tale legge previde una sanatoria per tutti quei professionisti che lavorano di fatto in ambito psicologico ma che avevano anche altri percorsi formativi. Verranno considerati psicologi coloro che:
- ricoprono o abbiano ricoperto “un posto di ruolo presso una istituzione pubblica in materia psicologica” (art. 32 lett. a).
- ricoprono od abbiano ricoperto “un posto di ruolo presso istituzioni pubbliche con un’attività di servizio attinente alla psicologia, per il cui accesso sia richiesto il diploma di laurea e che abbiano superato un pubblico concorso, ovvero che abbiano fruito delle disposizioni in materia di sanatoria” (art. 32 lett. b).
- laureati da almeno sette anni “svolgano effettivamente in maniera continuativa attività di collaborazione o consulenza attinenti alla psicologia con enti o istituzioni pubbliche o private” (art. 32 lett. c).
- abbiano operato “per almeno tre anni nelle discipline psicologiche ottenendo riconoscimenti nel campo specifico a livello nazionale o internazionale” (art. 32 lett. d).
Ciò, come è ben prevedibile, fu oggetto di aspri dibattiti, soprattutto a causa della genericità dei requisiti per gli iscrivibili all’ordine. La formazione prima d’allora era stata disomogenea e senza alcun controllo effettivo. Furono comprese all’interno del neonato Ordine molte categorie affini e più o meno pertinenti con la psicologia (grande dibattito ci fu attorno al riconoscimento, per esempio, degli insegnanti di sostegno di ruolo delle scuole medie).
Perché affrontare tutto ciò in questo articolo? È un tema di attualità? A mio avviso si ed ora proverò a spiegarmi. L’iter per la formazione è diventato e sta diventando sempre più lungo, costoso, forse anche come risposta alle mancanze di regole precedenti e ai danni che ne conseguirono. Tra università, tirocinio post-lauream, esame di stato e scuola di specializzazione si arriva oggi a dieci anni dedicati all’istruzione e tanti, troppi, soldi spesi. La cosa strana è che a formare i neofiti è proprio in molti casi una generazione a cui non sono stati richiesti d’obbligo tempi e costi così proibitivi. Perché non ci si rende conto di ciò che sta avvenendo? A contribuire allo stato delle cose c’è una evidente incapacità delle nuove generazioni a protestare, pretendere, unirsi per farsi sentire. E con ciò non è mia intenzione attribuire colpe a nessuno, né agli uni né agli altri.
Sono davvero necessari dieci anni di formazione e cinque anni di tirocini vari? Utili senza dubbio, per me lo sono stati, ma essi rischiano semplicemente di allontanare una generazione dal lavoro e impoverirla. Per esempio è davvero indispensabile portare a cinque anni le scuole di specializzazione in psicoterapia? Oramai si sa che questo capiterà, si vocifera da anni ma non se ne discute, sembra quasi non si possa fare. Ho posto spesso questa domanda, anche ad alcuni membri dell’attuale Ordine, e la risposta che mi sono sempre sentito dire è che non dipende da nessuno, che sono decisioni che vengono dall’alto. Voglio credere alla buona fede di tutti, non voglio pensare che quell’anno in più faccia gola a molti che di formazione vivono e, quindi, voglio credere anche che a decidere su tale argomento siano per davvero in pochi, magari a Roma, magari a Bruxelles. Quello che però non accetto è che non ci si indigni e non si protesti, non facendo nulla per impedirlo. Quell’anno in più avrà un peso enorme, saranno tre o quattromila euro (alle volte anche di più) che un giovane ragazzo dovrà pagare e per farlo spesso dovrà fare un qualsiasi lavoro sottopagato o sarà costretto a rimanere in famiglia.
Questo non può passare in secondo piano e mi piacerebbe immaginare, sempre rimanendo in buona fede, che chi ha il compito di rappresentare la nostra professione e chi ne assume le massime cariche possa unirsi al coro di persone che, a breve, tenterà di fermare e cambiare queste ingiustizie. È dovere di tutti ragionare su ciò che non va e mostrare, a chi non li vive sulla propria pelle, i malfunzionamenti e i punti critici.
Il consiglio dell’Ordine, d’altronde, vede le percentuali sull’età dei propri componenti tristemente capovolte. Chi forma dovrebbe dimostrare di avere come propria priorità non il guadagno personale ma la crescita della professione, che è di tutti (e sono convinto che in moltissimi casi è per davvero così).
Ho trentatre anni ma non mi sento perso, so cosa vorrei fare e sto facendo di tutto per ottenerlo. Più che perso mi sento, troppo spesso, solo. La mia è una generazione abbandonata a se stessa e senza strumenti. Non ho colpe per questo stato di cose ma ho deciso, come tanti altri, di fare tutto quel che posso per reagire e ottenere, con l’aiuto di tutti, qualcosa di più equo e giusto.
Dario Fieni







. Suppongo però che il prezzo lo faccia il mercato, come succede per tutti gli altri prodotti o servizi esistenti, dalle pere vendute dal fruttarolo alla consulenza di un avvocato. Ogni prodotto ha il costo più alto che il mercato riesce ad accettare. Perché le pere, i pomodori, ecc, costano 1,50 l'etto, e non invece pochi centesimi? Evidentemente a quel prezzo la gente le pere se le compra, quindi non vedo perché il fruttarolo dovrebbe venderle a pochi centesimi quando la gente è disposta a pagarle un prezzo più alto. Fuori stagione le pere aumentano pure, si vede che la gente pur di avere le pere fuori stagione è disposta a pagarle di più. Così le scuole di psicoterapia, perché dovrebbero costare 200 euro l'anno quando la gente è disposta a pagarne 4000? Quando non sarà più disposta, vedi come abbasseranno la cresta...

