Ho trovato questo interessante articolo di Paolo Migone... http://www.psychomedia.it/pm/modther...r/rt46-7tf.htm
in particolare nell'articolo c'è questa parte interessante a riguardo della quale vorrei sentire il vostro parere:
Critica teorica
Discuterò brevemente i seguenti cinque aspetti, che sono tra i più caratterizzanti della cosiddetta terapia relazionale o sistemica: 1) il concetto di contesto; 2) il concetto di relazione; 3) la teoria generale dei sistemi; 4) la cibernetica; 5) il paradosso e il doppio legame.
1) Il concetto di contesto
Spesso si ricorre al concetto di contesto per connotare meglio una impostazione di tipo relazionale differenziandola da altri approcci. Quello che voglio dimostrare è che questa operazione da una parte è priva di originalità, e dall'altra si basa su una confusione terminologica. Il concetto di contesto viene impiegato in almeno due modi diversi, per cui li prenderò in considerazione separatamente:
a) si afferma: per comprendere un determinato fenomeno (per esempio la schizofrenia), è indispensabile prendere in considerazione il contesto in cui si sviluppa. Tra i molti esempi, si veda Watzlavick e coll., 1967 (Pragmatica della comunicazione umana, Astrolabio, 1971, p. 13 sg.), o Cancrini (Verso una teoria della schizofrenia, Boringhieri, 1977, p. 13 sg.) dove, riportandolo da Laing, cita l'esempio del rapporto tra Kraepelin e una sua paziente in cui la definizione di schizofrenia può essere applicata all'uno o all'altra indifferentemente a seconda del contesto di osservazione. Queste considerazioni sono scontate e, se poste in questi termini, portano inevitabilmente su posizioni esistenzialiste (non a caso è Laing che parla) e come tali paralizzanti. Infatti da un punto di vista scientifico non ci interessa sapere "chi è schizofrenico e chi no" (il criterio di verità non appartiene alla scienza) ma in che modo e rispetto a che cosa (a quale contesto) un fenomeno viene caratterizzato. In altre parole non è possibile prescindere da un contesto, o schema di riferimento, o punto di vista, o complesso di variabili fisse: una volta accordatici su questo e sugli strumenti usati per l'osservazione, ci si deve chiedere come mai da quel contesto si sviluppa il fenomeno X e non Y. La psicoanalisi tra l'altro ha sempre prestato la massima attenzione al contesto: si pensi ad esempio alle concettualizzazioni sul setting (cfr. ad esempio E. Codignola, Il vero e il falso, Boringhieri, 1977), sulle quali qui non è possibile soffermarsi.
b) si afferma: in terapia familiare "si allarga il contesto", nel senso che si passa da una impostazione individuale a una familiare. Ma qui non si tratta del contesto, bensì del campo di osservazione, il quale a sua volta è sempre inserito in un determinato contesto. Siamo di fronte quindi a una confusione terminologica. Inoltre trattare "l'intera famiglia come paziente" non è una prerogativa solo della terapia relazionale, ma di tutte le terapie di gruppo, comprese quelle psicoanalitiche.
2) Il concetto di relazione
Il passaggio "dall'individuo alla relazione" è un punto nodale, e uno dei più intriganti, delle teorizzazioni della terapia familiare. La dicotomia individuo/relazione può creare dei fraintendimenti, in quanto essa non è una vera dicotomia, dato che individuo e relazione sono due facce della stessa medaglia: la relazione esiste solo se esiste l'individuo. Bisogna chiarire un possibile equivoco: una cosa è parlare di individuo, e un'altra è parlare di intrapsichico. In altre parole il vero passaggio in terapia relazionale vorrebbe essere dall'intrapsichico alla comunicazione "obiettiva" tra gli individui, in un senso quindi più comportamentale o descrittivo che non interpretativo. La terapia relazionale infatti, mentre risente dell'influenza dei neofreudiani e della scuola interpersonale americana (Sullivan, ecc.), si inserisce direttamente nella tradizione del comportamentismo: si vogliono evitare inferenze sull'intrapsichico (la scatola nera) perché non dimostrabili, passare dallo studio della intention a quello dell'effect (la comunicazione), dalla interpretazione (insight) alla prescrizione (change), e così via. L'uso del videotape, come quello dello specchio unidirezionale, o la presenza della équipe degli osservatori che convalidano nel modo più obiettivo possibile le osservazioni, discendono direttamente da questa impostazione. E' importante ricordare la qualità behavioristica della terapia relazionale, perché in questo modo possiamo comprendere anche altri aspetti di questo approccio. Ad esempio forse capiamo di più l'enfasi data al concetto di contesto: non dare importanza tanto all'intrapsichico o all'individuo, quanto a quello che accade attorno a lui, "non a quello che pensa ma a quello che fa" (si noti qui che ci troviamo ancora di fronte a un uso non rigoroso dei termini).
Stabilito comunque che la terapia relazionale ha una forte componente comportamentale, in che modo viene analizzato il comportamento umano, una volta che ci si astenga dal fare inferenze o interpretazioni sull'intrapsichico? L'operazione fatta in terapia relazionale è la seguente: si cambia linguaggio in psicologia, e precisamente si prende a prestito il linguaggio formale dei calcolatori che ha una apparenza di "neutralità" rispetto al livello del contenuto. Questa operazione di innesto di un nuovo linguaggio dà l'illusione che si cambi anche la sostanza, mentre invece non è così, poiché il linguaggio dei calcolatori, una volta sottratto dal suo contesto originario, perde il suo significato preciso e ne acquista un altro. Farò un solo esempio. I terapeuti relazionali, mentre affermano di fare l'analisi formale della comunicazione, usano i termini di codice digitale e analogico. A questi due termini vengono date varie attribuzioni, che qui per brevità non sto ad elencare (vengono avvicinati da Watzlavick persino al processo primario e secondario di derivazione psicoanalitica!). Mi interessa solo ricordare che una di esse si riferisce al concetto di ambiguità: il modulo analogico, contrariamente a quello digitale, sarebbe quello proprio anche dell'ambiguità. Ora è evidente che la ambiguità e al chiarezza di un messaggio si riferiscono al contenuto e non al livello formale o descrittivo del comportamento. Così vediamo che un termine, che originariamente aveva un preciso significato all'interno dell'analisi formale, viene ora utilizzato a livello dell'analisi del contenuto.
3) La teoria generale dei sistemi
Non è vero che l'utilizzo della teoria generale dei sistemi sia una prerogativa della terapia relazionale. Qui siamo di fronte a una confusione tra metodo e campo privilegiato di osservazione. Quello che differenzia la psicoanalisi dalla terapia relazionale non è l'utilizzo o meno della teoria generale dei sistemi, ma il diverso campo di applicazione che entrambe hanno di questo modello: la terapia relazionale privilegia lo studio dei rapporti tra le persone, mentre la psicoanalisi, oltre a questo, si rivolge anche all'intrapsichico, per il quale è stato teorizzato per esempio un "sistema" strutturale (Io, Es, Super-Io), ecc. Una delle principali caratteristiche della teoria generale dei sistemi è l'isomorfismo, cioè la scoperta che certe leggi generali siano applicabili isomorficamente in campi diversi.
E' interessante a questo proposito anche notare che le critiche di certi terapeuti relazionali nei confronti della psicoanalisi si rivolgono prevalentemente al modello topico anziché a quello strutturale, cioè a un'immagine della psicoanalisi ormai superata. Con l'introduzione del modello strutturale si è data in psicoanalisi maggiore importanza agli aspetti formali, non solo di contenuto, del conflitto psichico.
4) La cibernetica
Anche la cibernetica, coi concetti di feedback, causalità circolare, ecc., è ben conosciuta alla psicoanalisi, anche se ovviamente ai tempi di Freud certi termini non erano ancora in circolazione. Si pensi al concetto di Io come feedback tra Es e Super-Io, oppure a quello di sovradeterminazione dei sintomi, o di interpretazione parziale, ecc. La causalità lineare, cioè diretta, propria del ragionamento paleopositivistico delle scienze naturali, non è mai appartenuta alla psicoanalisi, come osserva Codignola (ibid., p. 43) e come affermano altri autori come Loch, Lorenzer, Hartmann, ecc. Non è corretto sostenere quindi che la causalità circolare, solo per il fatto che Freud appartenne alla cultura positivista, è estranea alla psicoanalisi.
5) Il paradosso e il doppio legame
Di questo complesso argomento accennerò solo ad alcuni punti. Come è noto, la teoria del doppio legame, ritenuta inizialmente una intuizione geniale, viene ritenuta ora non più esplicativa della eziologia della schizofrenia, la quale è ben più complessa. Un autore, John Kafka (Arch. Gen. Psychiatry, 1971, 25: 232-239), ha addirittura reinterpretato la teoria del doppio legame in termini praticamente opposti a quelli originari, dimostrando che i messaggi paradossali o con doppio legame sono ubiquitari, e che in ogni caso con la sola analisi formale non è possibile distinguere quelli patogeni da quelli "terapeutici" (come il paradosso terapeutico); ha inoltre parlato della importanza che i genitori sappiano trasmettere ai figli, anche col loro esempio, la capacità a tollerare l'ambiguità e l'ambivalenza, e quindi in un certo senso a non avere paura dei messaggi a doppio legame cercando di evitarli a tutti i costi.
Per quanto riguarda la prescrizione paradossale, non si dimentichi che essa ha senso per un paziente solo se ("paradossalmente") viene resa non paradossale, cioè ridefinita in termini comprensibili per il paziente stesso.
Io lancio il sasso e ritiro la mano non inntendendomi di psicoanalisi visto che il confronto è fra queste due scuole...







Rispondi citando
), questo ci consente di rivedere le NOSTRE REAZIONI COME TERAPEUTI alle affermazioni dei pazienti.