Riprendo da "La Repubblica" di oggi:
ESTERI InviaStampaLa mamma aveva accompagnato i fratellini a scuola e poi era andata al lavoro
Una tragedia simile nell'estate di 9 anni fa a Catania. L'esperto: "Morti per asfissia"
Belgio, muore bimbo di cinque mesi
La madre lo aveva dimenticato in auto
BRUXELLES - Un bambino di cinque mesi è morto nell'auto dove la madre lo aveva dimenticato per più di otto ore. E' successo ad Hal, una cittadina poco distante da Bruxelles. Il piccolo è stato ritrovato ieri pomeriggio ormai privo di vita, abbandonato dalla donna che, la mattina prima, aveva accompagnato a scuola i due figli più grandi e poi si era recata direttamente a lavorare, dimenticando di portare il più piccolo alla baby sitter.
Solo al termine della giornata di lavoro, quando ha suonato a casa della baby sitter per riprendersi il bambino, la mamma si è accorta della fatale distrazione: il piccolo era ancora nel suo seggiolino sul sedile posteriore, morto. Sarà l'autopsia ad accertare la causa e l'ora del decesso, mentre la magistratura ha aperto un'inchiesta, ma al momento nessuna accusa è stata formulata nei confronti della donna.
La tragedia in Belgio somiglia terribilmente alla drammatica fine di un bambino di due anni morto a Catania nell'auto del padre. Era l'estate di 9 anni fa: Salvatore Deodato, 37 anni, dimenticò suo figlio nell'auto posteggiata sotto il sole. Quando uscì dal lavoro, sei ore dopo, trovò il figlio morto per asfissia e ustioni seduto sul seggiolino. I periti dissero che nell'auto erano stati superati abbondantemente i 50 gradi.
Il professore Paolo Procaccianti, direttore dell'Istituto di medicina legale dell'Università di Palermo, spiega che "in questi casi la morte arriva per "confinamento": l'ossigeno diminuisce e si respira anidride carbonica". Nel caso di Catania, "le alte temperature hanno accelerato il decesso. La morte è arrivata forse dopo che il bambino ha perso i sensi per asfissia".
Ora, a me colpisce una cosa, di questi due casi. Che, in entrambe le situazioni, i genitori sono andati al lavoro ed hanno dimenticato i figli in auto. Come se il lavoro per alcune persone, o per tutti in alcuni momenti della vita, fosse così importante, così essenziale da far passare in sottofondo il resto, fosse pure la vita di un figlio.
In un caso la madre, in un altro il padre. Non è dunque questione di differenze di genere.
Casi rarissimi, mi direte. Vero. Ma mi torna in mente la mia tesi di laurea, gli incontri con Christophe Dejours, psicoanalista parigino, che sostiene che il lavoro è uno degli strumenti per la costruzione dell'identità personale e che si chiede quanto i cambiamenti nel mondo del lavoro e nel diritto del lavoro, la precarietà, la paura di venire licenziati, di non avere lavoro e quindi reddito e quindi cittadinanza e quindi riconoscimento, influiscano nella costruzione e nel cambiamento della patologia.
Pensieri in libertà, certo. Ma mi piacerebbe leggere, tra una settimana, cosa ne avete pensato.
Buona vita
Guglielmo






