Cari colleghi,
vi scrivo per chiedervi un consiglio le cui riflessioni possono aiutare sia me che molti altri. Ho una paziente a cui ho già fatto 2 colloqui (di cui il primo "preliminare") e vi scrivo perchè mi sento un pò in "difficoltà" perchè sento che ho davanti una persona che potrebbe rivelarsi "pericolosa".
Si tratta di una donna sulla cinquantina che al primo colloquio è apparsa in un "modo" (ha portato il problema specifico della gelosia nei confronti del marito, raccontandolo però in forma "ironica" e tutto sommato affrontabile), mentre al secondo si è rivelata aggressiva e carica di una rabbia così particolare che mi ha fatto pensare ad una Personalità Borderline (è solo un'ipotesi... sono solo all'inizio).
NON VORREI UN INTERVENTO CHE APRISSE DISCORSI SULLA POSSIBILITA' DI INVIO A PSICOTERAPEUTI E SULLA DIFFERENZA TRA CONSULENZE PSICOLOGICHE E PSICOTERAPEUTICHE (su questo "ci sono"), LA MIA RICHIESTA DI CONSIGLIO E' UN'ALTRA ED ORA VE LA SPIEGO.
Le ho fatto firmare il Consenso Informato, lo abbiamo letto insieme e lei si è soffermata soprattutto sul Segreto Professionale.
Se a noi psicologi dovesse capitare questo: "bene, se Le dico che detesto mio marito fino al punto di fargli prendere le mie gocce di ansiolitico di nascosto e pensare anche qualcosa di peggio, fargli del male, tutto questo rimane in queste 4 mura", cosa è meglio fare?
Lei non ha chiaramente pronunciato queste parole, sono io che sto riflettendo su questo caso e mi chiedo: fino a che punto dobbiamo "proteggere" ciò che ci dice il paziente?