
Originalmente inviato da
luigi '84
Beh...Natoli ultimamente scrive cose che non gli danno troppo onore: formatosi alla scuola di Severino sembra aver abbandonato la via di quell'insegnamento. Galimberti, anche lui della medesima scuola, mi pare ancora il soggetto di una riflessione più tormentata e complessa. Ciò detto, spesso non si da il peso necessario alle parole: quando Natoli dice ''Il piacere della vita risiede nella capacità che si ha di viverla fino in fondo nonostante il dolore e di condurla a termine al meglio secondo le individuali possibilità'' dice qualcosa di obsoleto e di vagamente greco (tragico)...proviamo ad analizzare meglio. Dice ''nonostante il dolore'' e qui siamo ancora nell'ambito di una riflessione che 'esclude' il dolore ritenendolo estraneo al concetto di 'felicità' eppure la vita ospita in egual misura gioia e dolore e quel 'nonostante' è un errore ontologico: si considera ancora un 'eterno' (il dolore) come una 'nullità' cioè come qualcosa che 'può finire'...ma gli eterni (tutte le cose) sopraggiungono eternamente nel luogo in cui tutto si manifesta (l'uomo). Dunque, secondo una ottica molto più spregiudicata (perchè estranea a giudizi di valore) si dice che il divenire è l'unica legge, un divenire che però, si badi, ''non annienta'' nulla ed in quanto tale è eterno, cioè 'eterno divenire di eterni'. Seguendo questa via diremmo che la gioia è eterna,il dolore è eterno, la morte è eterna, così come tutte le cose (non faccio una trattazione completa di questo tema perchè implicherebbe un sacco di premesse e dimostrazioni che sono fuori luogo). Dunque, il divenire che noi crediamo come 'annientante' è in realtà l'eterno fluire degli eterni secondo l'enantiodromia (divenire di opposti). Continua Natoli ''condurla a termine al meglio secondo le individuali possibilità'' la dove quel 'condurla a termine' fa riferimento rigoroso ad una ''morte come annientamento'' ad un 'nulla' che, perlomeno, permettiamoci di mettere in dubbio dato che del nulla non facciamo esperienza; dopotutto noi siamo nell'Essere e l'Essere è una ''necessità'' che non ammette il 'nulla'. L'Essere non può non essere, è la prima proprietà. Dunque ''la morte'', in questo senso, diventa solo ''momento tra infiniti momenti'' e non l'interruzione di quel segmento vitale che abbiamo chiamato 'divenire' giacchè a divenire è proprio il fluire eterno dell'Essere che per definizione (principio di non contraddizione) esclude il 'nulla' cioè la 'morte' intesa come 'nulla'. Il divenire quindi 'include' la 'morte' come ''uno fra i tanti'' eterni che nell'uomo si manifestano sopraggiungendo da una fonte 'inesauribile' (l'Essere): l'aporia del nulla è stata trattata con massimo rigore da E.Severino che con dimostrazioni molto complesse arriva a certe conclusioni. Infine ''secondo le individuali possibilità'' significa praticamente 'disporre delle cose a proprio piacimento' trattandole come 'nulla'. Significa praticamente incrementare la volontà di potenza per poter disporre della terra come il luogo della consumazione degli enti perchè, a ben vedere, l'età della tecnica che tutti viviamo pone radici in quell'antico terreno tragico-greco che vede il divenire come annientamento e che quindi crede che l'uomo sia ''chiamato'' a ''combattere'' il divenire cercandolo di contenere con strumenti sempre più appropriati: mito,filosofia,scienza sono tutte ''forme del contenimento'' del dolore e della morte vista come annientamento. Ma questa battaglia ingaggiata un giorno ormai lontano porterà realmente al ''trionfo sulla morte''? Non sarà ancora una volta il divenire 'che tutto include in sè' a mostrarsi come incontrovertibile evidenza?
Concludendo questi pensieri un pò confusi (per forza di cose) dico che la psicoterapia è si un modo per sperimentare la felicità, ma una ''felicità diversa'' , che non sia quella della tradizione occidentale che la vede come 'opposta al dolore', o comunque 'estranea' a quel divenire che 'contiene tutte le cose' e che nell'uomo si manifestano; perchè una felicità di tal fatta è ''effimera'' (effimera perchè vuole 'imporsi'...) ed è proprio quella che spinse Schopenhauer a definire la vita come ''pendolo''...La felicità 'vera' risiede invece nella consapevolezza di un ''fluire eterno di eterni'' oppure nella consapevolezza di una ''tensione infinita di opposti'' che ''mai si escludono'' eppur si ''spingono'' sempre (con moto trasformativo) nel luogo presso cui la 'contraddizione' (che dalla loro opposizione deriva), è già da sempre risolta.
Mi fermo.
Saluti,
Luigi