Ecco finalmente compiuta, dopo tante attese, sospensioni, rimandi e tormenti, la sofferta pubblicazione...
E' un giallino semplice semplice, una sorta di prova, di sperimentazione... sentivo sinceramente la mancanza di una pubblicazione e allora ecco qui il mio lavoro...
Le regole sono sempre le stesse: domande da postare, solo quelle a cui io possa rispondere sì o no.
Data la facilità del "mistero", è possibile che diversi di voi arrivino alla soluzione dopo una lettura e qualche momento di riflessione... se doveste scoprire tutto subito (nel senso che avete un'idea in mente e combacia tutto) prego di mandarmi la vostra soluzione per PM... se scrivete le vostre ipotesi, naturalmente, avvantaggiate gli altri... (anche dando solo un'idea)
Bene, dopo questo torrente di parole, ecco la mia storia... perdonate lo stile, ma questi non sono stati mesi proprio leggeri per me... e temo che la scrittura ne abbia risentito...
Buona lettura
UN PO' PIÙ VICINI AL PARADISO
I.
Erano le ultime ore della sera e il cielo si era tinto di un rosa pallido. Le prime ombre calavano, il traffico diminuiva e i passanti si facevano sempre più radi.
Fu in quel momento che un uscio si aprì e comparve un uomo, alto, smilzo, sui cinquant'anni. Si chiuse la porta alle spalle, si ficcò le mani in tasca e iniziò a incamminarsi, fischiettando un motivetto allegro.
Era Gabriele C., scapolo, onesto lavoratore, stimato e rispettato da tutti. Pochi amici, di rado lo si vedeva assieme ad altri, tutt'al più impegnato in conversazioni occasionali. Era raro anche il suo buon umore. Solitamente bastava guardarlo in faccia per far spegnere l'allegria. Ma quella volta lui, Gabriele, sembrava l'allegria in persona.
Chi gli fosse passato vicino, o avesse avuto buon occhio, non avrebbe potuto fare a meno di notare le mani tremanti, la bocca nervosa, il camminare incerto. Persino la voce tremava, sembrava che la melodia dovesse spezzarsi da un momento all'altro.
Gabriele era allegro, e tremava. Due fatti insoliti per uno come lui, sempre così rigido, così composto, così ligio al dovere fino all'ultimo...
Quella volta, persino gli occhi ridevano. E la bocca trattenne a stento una risata, liberatoria, di scherno, come a dire che...
Meglio stare calmi adesso. Non bisogna precipitare le cose. Quando verrà il momento, ora è troppo presto... quando verrà il momento...
Gabriele continuava per la sua strada e sembrava non accorgersi di nulla attorno a lui.
Camminava, fischiettava, sorrideva, respirava a pieni polmoni l'aria che per troppo tempo si era negato, per altri impegni, per altri motivi: lui che amava da sempre passeggiare.
Era felice. E niente avrebbe potuto portargli via la sua felicità.
Non una felicità come quella. Non ad uno come lui.
Il motivetto continuava a diffondersi nella tiepida aria della sera.
Presto avrebbe parlato col signor Luigi. Sarebbe stato un piacevole colloquio. Gabriele non vedeva l'ora. Fremeva dall'impazienza.
Gradatamente, l'onda di gioia si espandeva nel suo cuore. All'inizio un'onda grande, immensa, poi più piccola – maledetta tensione, maledetta preoccupazione – poi sempre più grande, più grande, contornata dalla magica aura del sogno. Gabriele rimaneva in estasi, il suo cuore dava un balzo, poi pareva fermarsi, per un tempo indefinito, lungo, lunghissimo...
In ogni momento, era come essere un po' più vicini al paradiso.
Nel mezzo di una via, Gabriele tolse le mani dalle tasche e le guardò: non tremavano ora, non più di tanto almeno. Buon segno. Se le rimise in tasca con soddisfazione.
Guardò verso il cielo. Si era fatta notte nel frattempo. Sopra di lui, in quel momento, regnava un manto scuro costellato di puntini luminosi.
La melodia era finita da tempo e nelle strade regnava un assoluto silenzio. Mentre percorreva la strada del ritorno, Gabriele fischiò un altro motivetto, piano, come per non urtare la suscettibilità della quiete circostante.
Nel suo cuore, le onde di gioia s'ingrossavano e si espandevano, tumultuose, inarrestabili.
II.
Erano le prime ore del mattino e la città iniziava ad animarsi. Le strade erano avvolte nella penombra. Nell'aria si udivano rumori lontani, attutiti, come provenienti da un altro mondo.
Gabriele soffocò un intenso sbadiglio e si avvicinò alla cucina quasi barcollando. Gli occhi tradivano una notte insonne, l'ennesima in quelle settimane.
Prima c'era stata quella brutta vicenda di Stefano; poi quella donna, Carla, l'aveva contattato un'altra volta... quella storia non avrebbe mai avuto fine. “Mi porterò tutto questo fino alla tomba” aveva commentato un giorno, in un tono misto di paura e rassegnazione.
Infine, come se tutto questo non bastasse, era arrivata quella settimana infernale. Gli venivano i brividi solo a pensarci. Aveva vissuto davvero un memorabile periodo.
Meglio dimenticare.
Si preparò la colazione, meccanicamente, con gesti ormai dettati dall'abitudine, e accese la radio. Era desolante mangiare da soli circondati dal silenzio. Se non altro, con quell'apparecchio in funzione non gli sembrava di essere l'unica anima viva in quella stanza.
Avvicinò la tazza alle labbra e attese.
Subito una voce emerse dall'apparecchio, una voce assordante e odiosamente allegra.
“Buongiorno a tutti i nostri affezionati ascoltatori. Qui RadioFreedom, parla il vostro Marco R., con me c'è un caro amico, Guido S.”
“Buongiorno a tutti”.
“Oggi, cari amici, 23 giugno, si sono registrate le temperature più alte del mese. È arrivata l'estate. Che ne dici, Guido?”
“Ci puoi giurare. Le spiagge sono già affollate da qualche settimana. E pensa che avevano previsto una stagione più fredda rispetto agli anni scorsi...”
Gabriele sorseggiava il suo caffè, e percepiva come un rumore di fondo. Non sentiva bene, o forse doveva ancora riprendersi dall'orribile nottata trascorsa.
Ma all'improvviso, in un attimo, parve come svegliarsi, riprendersi del tutto.
Sentì il sapore del caffè – troppo forte, troppo deciso – e lo allontanò schifato dalle labbra. Sentì ogni parola della radio, ogni singola parola, e gli venne da pensare che...
No, non poteva essere. Non poteva essere assolutamente. Non poteva!
In preda al panico, scattò in piedi e corse verso il mobile.
La tazza gli scivolò tra le mani e urtò il tavolo, facendo spargere il caffè sulla tovaglia nuova.
Controllò, verificò, controllò ancora. Non poteva essere; proprio no! Ma non si sbagliava. Ogni volta, sempre lo stesso. Era lucidissimo ora: il caffè, la tensione, la paura avevano tolto ogni traccia di sonno dai suoi occhi e dalla sua mente. Non poteva sbagliarsi.
Lasciò cadere le braccia.
Urlò.
Urlò come una bestia ferita. Urlò come un'anima in preda all'agonia. Urlò come non aveva mai fatto in vita sua.
Strinse i pugni. Pianse. Picchiò contro il mobile.
Tutto inutile.
Poi si calmò; smise di piangere. Addolorarsi in quel modo non serviva a nulla: lo faceva stare ancora più male. E Gabriele, di altro dolore, non ne aveva certo bisogno.
Alzò le spalle. Pazienza. Doveva essere destino. Voleva dire che avrebbe ripreso da dove si era fermato, anche se, ora come ora, non vedeva grandi possibilità.
Avrebbe continuato ad avvicinarsi al suo paradiso, passo dopo passo, giorno dopo giorno, fino a che non ne avesse varcato, finalmente, la soglia. Avrebbe continuato a lottare, come aveva sempre fatto.
Avrebbe ripreso a combattere la sua battaglia incessante.
La sua guerra senza fine.
Tornò di nuovo al tavolo e riprese a bere il caffè. Non ne sentiva più il sapore, come non sentiva più ciò che diceva la radio, neanche una parola. Era tornata ad essere un fastidioso e assordante rumore di fondo.
“E' una mattina radiosa, cari spettatori in ascolto. Che ne dici, Guido? Non è l'ideale per levarsi ogni preoccupazione dalla testa?”
“Oh sì, assolutamente. Come si fa a essere preoccupati, o anche solo tristi, in una giornata come questa?”
Gabriele spense la radio.
A voi![]()










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dico davvero
ancora bravi
