"Diversamente abile? Parliamone
Le parole pesano, e determinano spesso i fatti e i comportamenti umani.
È una parola che riconosco, che mi appartiene. Ogni persona è diversamente-abile perché ognuno ha capacità intellettive diverse, gusti diversi, abitudini diverse. Tutta questa diversità è valore, dono per sé e per gli altri.
Uno è premio Nobel, uno diventa Santo, uno è laureato ed un altro no, uno costruisce con i mattoni e uno con le idee. Quindi tutti siamo diversamente-abili (capaci). Eppure negli occhi di molti che mi guardano vedo un'altra parola: dis-abile. Ma perché?
Mi sono laureata, faccio volontariato (cercando anche lavoro), mi sono presentata, come tanti, alle elezioni amministrative, sono capace di vivere e gestire la mia vita, capace di scegliere, di dire sì oppure no, ma nonostante questo per la maggior parte delle persone sono una 'povera disabile'. Povera sicuramente lo sono perché non ho ancora lavoro, ma disabile proprio no.
Non me lo dicono con le parole, ma lo leggo nei loro occhi, nei loro sguardi al cielo e sospiri accennati. Forse faccio pietà in alcuni. Mi dispiace che la mia vicinanza susciti in loro sentimenti di fallimento. Ma perché?
Mi muovo in modo diverso rispetto alla maggior parte della gente, questo è vero, ma perché pensare che io meriti il prefisso dis- (Dizionario della Lingua Italiana –Devoto-Oli) che indica separazione (disarmare), opposizione (disonorare) o peggiorativo (disfunzione).
Guido l'auto, sto piacevolmente con gli amici, seguo le conferenze, insegno lingua italiana a stranieri: in cosa sono peggio di altri?
Sicuramente una difficoltà c'è: questa terra, il Salento, non è ancora attrezzata ad accogliere senza problemi i diversamente-abili come me ed altri. Gli artisti, gli omosessuali, i bambini, gli stranieri, i disadattati. E non è solo un problema di barriere architettoniche, semmai quelle sono la conseguenza della difficoltà emotiva di rapportarsi con gli altri, diversi da noi. Tutto potrebbe essere normale. Sarebbe normale pensare ad un luogo per tutti e non con strutture speciali per disabili. Non emarginare usando il pronome “voi” come segno di diversità. Non pensare “poveretto, come fa a vivere?” pensa invece perché ti disturba vedere che forse ha bisogno d'aiuto? Che cosa t'impedisce di avvicinarti e dirgli: “ciao, come va?” e magari accorgerti che contrariamente a quello che pensavi non ha bisogno del tuo aiuto ma sorprendentemente è capace, diversamente capace.
Come tutti ha solo bisogno della tua disponibilità e comprensione.
Se pensi “adesso mi annoierà con le sue lamentele” e scappi via, sicuramente vivi una vita superficiale, fatta di pochi contatti umani significativi. È proprio questo il momento di cambiare rotta, di fermarti un attimo e parlare con questa persona che riesce a vivere bene nonostante debba affrontare quotidianamente problemi che forse annienterebbero te in un batter d'occhio. Forse ti potresti arricchire di qualcosa che non hai ancora: la pazienza.
Loredana Greco
Cara Loredana,
la tua lettera è importante perché per la prima volta il termine «diversamente abile» che a me piace davvero assai poco, viene difeso con argomenti positivi e schietti.
In realtà tu rivendichi il diritto alla «normalità» della tua esistenza, così come essa è da te percepita, per valori, per desideri, per situazioni. Tutto giusto. E rilevi anche correttamente come il prefisso 'dis' sia, nella lingua italiana, un peggiorativo.
Disabile, dunque, è un termine che rischia sempre di dare una connotazione negativa alle persone, una specificazione emarginante. E in parte hai ragione.
Però. Prima di tutto: non esiste solo l'Italia, ma esiste un contesto mondiale nel quale diritti e valori devono trovare parole comuni. La lingua inglese, nel bene e nel male, è elemento unificante e di chiarezza, anche per la sua semplicità lessicale. Come certamente sai, in tutti i documenti che rivendicano diritti per le persone disabili, si usano proprio le espressioni «people with disabilities» oppure «persons with disabilities», oppure più semplicemente «disabled people». È riduttivo? Forse, ma è universale, ed è chiaro che stiamo parlando di una ben precisa fascia di popolazione che in seguito a un trauma, o a una situazione congenita, o a una patologia progressiva, o a una condizione intellettiva, o sensoriale, incontra nella propria esistenza una serie di problemi che richiedono soluzioni precise, più o meno impegnative (dagli ausili all'assistenza ventiquattro ore al giorno), ma sicuramente diverse da quelle di chi questo tipo di problemi non ha, per sua fortuna e destino. I francesi usano ancora tranquillamente «handicapés», e gli spagnoli «minus validos», oppure, peggio, «deficientes». Credo che il confronto sulle parole sia tutt'altro che inutile o scontato, e la tua lettera ci permette di aprire, come si suol dire, un «bel dibattito». Anche perché le parole pesano, e determinano spesso i fatti e i comportamenti umani.
Ma io vorrei farti notare due cose: «diversamente abile» è una locuzione lunga, abbastanza ipocrita, fatta apposta per edulcorare situazioni che spesso non sono così rosee, come tu pensi. Inoltre c'è quel «diversamente», che, anche non volendo, ripropone proprio quella diversità di situazione che tu per prima vorresti rimuovere.
Io, sinceramente, pur facendo il giornalista e occupandomi di comunicazione da tanti anni, non ho trovato un'alternativa convincente al termine «persona disabile». Mi piace sottolineare soprattutto il concetto di «persona», ovviamente. Ma anche la disabilità, di per sé, non è un giudizio di merito: è una constatazione. Io sarò anche abile a scrivere (non sempre), ma mi muovo in carrozzina, e sono più largo che alto. Insomma, perché mai dovrei negare la mia «disabilità»? Quello che io esigo, al pari di te, è che la mia situazione fisica, o intellettiva, o sensoriale, non mi metta fuori gioco nella vita, anzi, esigo non solo pari opportunità, ma soprattutto nessun pre-giudizio. Parliamone.
Franco Bomprezzi, direttore editoriale SuperAbile.it "
fonte:
http://www.superabile.it/Superabile/...ione/24590.htm
.. personalmente delle persone "cerco" le risorse, dunque rispetto al termine disabile, opto per il diversamente abile.
voi che idea avete in proposito?







io non uso nessuno dei due. Quando posso chiamo la disfunziona col suo nome, che volendo è anche peggio ma non so, almeno è una cosa oggettiva...

la sostanza non cambia!