
Originalmente inviato da
willy61
Proviamo a discutere in modo diverso, allora. La ritengo un'alternativa preferibile al non discutere. Perlomeno, posso provare a farlo.
Tu dici:
In fondo, non è una convinzione errata, a mio parere. Il lavoro di psicoterapeuta è, effettibamente, un lavoro. Con tutto quel che comporta. E' faticoso, ci vuole tempo per impararlo, se ne ricava un reddito con cui vivere. E bisognerebbe saperlo fare bene.
Per cui non mi pare un'idea così sbagliata quella di scegliere di continuare a studiare dopo la laurea per migliorare la propria formazione e capacità di intervento.
Non capisco bene quel che intendi dire quando affermi che l'avere problemi irrisolti è un'altra faccenda e non deve influenzare le scelte di formazione. Dato, a mio parere, che ci sono sempre problemi irrisolti con i quali confrontarci, e dato che io penso esista una dimensione della mente non cosciente che influenza il resto, ritengo che i problemi personali (qualuqnue cosa intendiamo con questa definizione) saranno comunque presenti nell'orientare le proprie scelte. Che lo si voglia o meno, che se ne sia consapevoli o meno.
Allora, a mio parere, meglio sapere perché si fa una scelta.
Secondo me, dipende da cosa si intende per "portarselo ad un colloquio". Un conto è che alla domanda rispondiamo piangendo e raccontando la storia della nostra vita (e credo sarebbe assurdo). Un altro è che rispondiamo alla domanda tenendo conto di questo nostro "personale", che affrontiamo il colloquio sapendo che non esistono solo motivazioni razionali alle nostre azioni, esplicitandolo anche, se è il caso.
La questione è quali siano queste capacità e competenze. E di come e dove si imparino. La scuola, per quel che è la mia esperienza, fornisce una serie di strumenti, di tecniche e di inquadramento teorico. Tutte cose utilissime, necessarie. Ma, per me e per quanto riguarda il mio indirizzo teorico, il lavoro su di sé, attraverso l'analisi personale e la relazione con il proprio terapeuta, rimane il luogo dove si impara veramente a fare il mestiere di terapeuta.
Per come vedo io la professione di psicoterapeuta, non si tratta di un'applicazione di tecniche, non è come fare il meccanico o il perito chimico. Qui si tratta di usare se stessi per ottenere un risultato di cambiamento. E se stessi vuol dire ogni parte di sé.
Non so da dove ti venga il sapere quel che vogliono sentirsi dire "LORO". Peraltro, è una domanda che non mi sono mai posto, nenache agli esami in università. Quando qualcuno mi fa una domanda, rispondo in base alle mie conoscenze, desideri, capacità. Non vedo cosa possa importare il cosa l'interlocutore vorrebbe sentirsi rispondere. Come dico spesso ai miei pazienti: "Può farmi le domande che vuole, ma non può pretendere che le risposte le debbano anche piacere".
E perché non andarci cercando di diventarlo?
Posso sbagliarmi, ma io leggo in questa tua affermazione una visione del terapeuta come un essere "perfetto", che ha "risolto i suoi problemi" e che, per questo motivo, è in grado di risolvere quelli degli altri.
A mio modo di vedere, però, il terapeuta è una persona come gli altri. L'unica differenza tra lui/lei e i suoi pazienti è che lui i suoi problemi li conosce meglio di loro, ed ha imparato ad utilizzarli come punti di forza, senza vederli sempre e soltanto come debolezze indesiderate. Se vogliamo usare un gergo più tecnico, direi che ha un'area di consapevolezza di sé maggiore rispetto ad altri.
Ma è cattivo, brutto e sporco come chiunque altro. Solo che lo sa, non se ne vergogna e non lo nega. Soprattutto, non lo nega a se stesso.
Spero di risentirti.
Buona vita
Guglielmo