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Non di meno, certi modi di operare hanno caratteristiche in cui la soggettività ha un peso maggiore.
Dalla formulazione del principio di Heisenberg in poi, la misurazione oggettiva risiede solo nella mente dell'osservatore, il quale altera con la sola osservazione il campo. Figurarsi quando l'operare ha a che vedere con due o più soggetti in interazione... E' necessaria un'epistemologia della soggettività e non dell'oggettività.

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Se il fine è capire se si conviene su un'idea (il discorso era partito da questo), a mio avviso è più utile esplicitare quell'idea, piuttosto che andare avanti per sottintesi, assai più equivocabili.
Ad esempio, io non capisco cosa intendi per "presa".
Ma è dall'equivoco che nasce maggior chiarezza, proprio perchè emergono le visioni personali. Ad esempio sarebbe interessante vedere cosa non capisci del termine "presa"... Mi riferisco, comunque, al fatto che il discorso operi sul piano emotivo.

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Può essere, anche se mi sembra più probabile che un discorso sterile sia un discorso condotto in modo sbagliato.
O meglio, che non tiene in conto i differenti tempi dei soggetti coinvolti.

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Le esperienze che elenchi non sono solo di tipo razionale, a mio avviso. E' difficile che un'esperienza sia esclusivamente razionale, anche se molto dipende dalla profondità con cui la si vive e la si elabora.
E' ovvio che non siano solo razionali, ma gli aspetti emotivi nel leggere un libro o ascoltare una conferenza tendono alla propria ripetizione ed affermazione. Non c'è crescita emotiva, non ci sono processi trasformativi, c'è aumento di conoscenza.

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Credo di non aver afferrato a cosa ti riferisci con "confronto". Confronto di chi con cosa?
Mi riferivo al confronto sulle tematiche etiche e di preparazione cui si accennava sopra. Una sede di elaborazione del tutto speciale è la stanza di terapia dove confrontarsi su questi temi e sui loro intrecci con la personalità del soggetto.

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Io do ai processi inconsci un valore sicuramente minore, e li concettualizzo in modo differente rispetto a come vengono pensati in psicoanalisi.
Convengo con te che il rischio della collusione sia sempre presente, ma non ritengo che sia necessario un setting analitico o psicoterapico per scongiurarne la realizzazione.
Se attribuisci valore minore ai processi inconsci e li concettualizzi differentemente, come puoi "scongiurare la realizzazione" della collusione, che è per definizione un processo inconscio, basato sulla teoria psicoanalitica e che, per giunta, si deve realizzare in una certa misura per consentire il processo di cura? Si tratta di assumere una posizione epistemologica precisa: se si ammette l'esistenza della collusione, si deve concepire un dispositivo per poterla analizzare e, a quanto ne so, questo è solo il setting analitico, con i suoi parametri esterni e soprattutto col particolare assetto interno dell'analista. Altrimenti si nega che la collusione esista e allora si può discutere a monte sull'utilità del concetto o meno.

Saluti