Caro Willy,
alle mie spalle ho una formazione psicoanalitica, certo non ortodossa ma credo che neppure Freud fosse "ortodosso" con se stesso, ho letto su alcuni libri ormai datati la concezione dell'"acting" che tu esprimi e qui e la mi capita ancora di sentire qualche collega farvi riferimento nei termini in cui tu lo riporti. Ma all'interno della psicoanalisi da diversi decenni è in atto un serrato dibattito teorico che, come puoi immaginare, ha mutato profondamente il modo di stare col paziente. Sono in pochi ormai a pensare che il compito dell'analista sia quello di far emergere l'inconscio e di renderlo cosciente e razionale; questo predominio del razionale e del verbale spiega come l'azione (l'agito) fosse guardato con sospetto, come una forma di difesa che stava al posto di una mentalizzazione. Compito dell'analista era, dunque, trattarla come una forma di resistenza al compito analitico. Tutto il dibattito sull'inconscio procedurale e non dinamico (non conseguente cioè alla rimozione o alla difesa), ha ribaltato completamente questo aspetto della teoria. Come ben dice Gieko tutto ciò che il paziente dice o fa è l'espressione di ciò che egli è in quel dato momento, delle soluzioni esistenziale che ha creato, ed in questo senso, per me psicoanalista è tutto materiale interessante da esplorare insieme a lui. Il punto, dunque, non è cos'è l'acting (termine ormai desueto, sostituito quasi completamente da enactment), ma cosa ce ne facciamo. Come concepiamo, e su questo il quesito che poni mi sembra molto interessante, l’azione e come la utilizziamo, dove per azione io non intendo soltanto quella del paziente, ma quel flusso continuo di azioni, pensieri, emozioni, sentimenti, ecc. che si instaurano nella coppia psicoanalitica fin da subito.
Ciò che io noto in diversi colleghi (psicoanalisti e non) è una concezione dell’agito che potrei grossolanamente riassumere in questi termini: tutto ciò che dall’interno va verso l’esterno dell’individuo è bene. Per questo incoraggiano i propri pazienti ad esprimere la loro rabbia (magari prendendo a pugni un cuscino, in maniera che non danneggi se stesso o gli altri), ad inseguire i loro sentimenti (se sei innamorato di un’altra è giusto che vivi quest’amore), i propri progetti (i tuoi genitori ti assillano, sono soffocanti, limitano la tua autonomia? Hai in progetto di vivere da solo? E’ un bene che tu lo faccia!).
Io ritengo che il mio compito di analista non sia quello di trovare insieme al paziente una modalità di vita più sana, più adattiva, qualitativamente migliore per lui, ma quello di capire insieme a lui cosa sta succedendo fra noi nel momento in cui mi dice, ad esempio, che è arrabbiato, che è innamorato di un’altra, o che sta progettando di vivere da solo. Ciò che poi il paziente fa con la sua vita, in che direzione va, quali sono le sue scelte (compresa quella di guarire e di cambiare) non è qualcosa che mi deve riguardare. Così io intendo la frase di Wilfred Bion secondo cui l’analista dovrebbe essere senza memoria e senza desiderio.
Magari in questo modo potremmo scoprire che è arrabbiato con me (fino forse al punto che mi darebbe volentieri qualche pugno direttamente a me e non al cuscino), che ha pensato di rivolgersi a qualcun altro e che non si trova molto bene con me perché si sente assillato, soffocato o limitato nella sua autonomia.
Mentre, se lo incoraggiassi a vivere tutte queste cose davvero gli confermerei che se uno è arrabbiato basta solo sfogarsi per risolvere il suo problema, che fa bene ad affidarsi ai suoi sentimenti senza nemmeno provare a capirli (va dove ti porta il cuore), che tutti i suoi problemi derivano molto probabilmente dall’atteggiamento dei suoi genitori (ma anche della società o del sistema) verso di lui, e che basta andar via di casa per ritrovare la sua autonomia.
Se vogliamo, trovo molta affinità fra il mio modo di lavorare e l’etica classica (stoica soprattutto, ma anche epicurea) nel suo articolarsi attraverso un doppio movimento soggettivo dell’apatheia (cioè la posizione soggettiva di indifferenza rispetto al proprio desiderio) e della metriopatheia (cioè il movimento di ritorno al desiderio che mira a produrvi un senso e un criterio soggettivamente agibili). Questo doppio movimento era il presupposto per porre il soggetto al centro del suo agire, in contrasto con le dinamiche desoggettivanti del desiderio. Perdonami se mi sono dilungato troppo, spero di essere stato sufficientemente chiaro o interessante da compensare la fatica della lunga lettura.
Un saluto a te e a tutti i commentatori che mi hanno preceduto (colgo l’occasione per un saluto particolare a Gieko, che conosco personalmente e che stimo moltissimo).